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mercoledì 22 ottobre 2014

Mancata adozione dei Piani Anticorruzione e dei Codici di Comportamento: arrivano le sanzioni dell' ANAC

A quasi due anni dall'entrata in vigore della legge 190/2012 il tema della prevenzione della corruzione nella pubblica amministrazione resta centrale ed attuale. 
La legge 190/2012 e gli atti normativi ad essa conseguenti (d.lgs. 33/2013, d.lgs. 39/2013. DPR 62/2013) hanno introdotto nuovi adempimenti e nuovi obblighi, finalizzati ad aumentare la trasparenza e l’integrità del settore pubblico.
Con il D.L. 90/2014, come noto, si è assistito ad un potenziamento delle risorse e dei poteri dell’ ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), anche in risposta ad una serie di presunti casi di malaffare, emersi nel settore delle Grandi Opere (EXPO Milano 2015 e MOSE di Venezia). 
Il Decreto (convertito dalla legge 114/2014) ha anche assegnato all’ ANAC il potere di sanzionare la mancata adozione delle misure di trasparenza e prevenzione della corruzione da parte delle amministrazioni. Tale potere sanzionatorio è diventato effettivo a partire dal 9 settembre 2014, data in cui l’Autorità ha approvato il Regolamento in materia di esercizio del potere sanzionatorio dell’Autorità Nazionale Anticorruzione  per l’omessa adozione dei Piani triennali di prevenzione della corruzione, dei Programmi triennali di trasparenza, dei Codici dì comportamento.

Il Regolamento (disponibile in rete all’indirizzo http://www.anticorruzione.it/?p=13751 ) prevede (art.4) che l’Autorità avvii d’ufficio il procedimento per l’irrogazione delle sanzioni, nei casi in cui, nel corso di accertamenti o ispezioni, siano emersi comportamenti configurabili come ipotesi di omessa adozione, oppure sulla base di segnalazioni ad essa pervenute.  Il procedimento può essere avviato anche dagli organi di polizia amministrativa o di organi con funzioni ispettive.

Per l’accertamento dell’omessa adozione (art.  6) , il Responsabile del procedimento può disporre delle ispezioni, anche avvalendosi della Guardia di Finanza e richiedere documentazione alle amministrazioni.
Le sanzioni (da un minimo di 1000 a un massimo di 10.000 euro) scattano nel caso in cui sia accertata la mancata adozione di uno dei seguenti documenti:
  • Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione
  • Programma Triennale per la trasparenza e l’Integrità
  • Codice di Comportamento
La sanzione è irrogata a carico del “Soggetto Obbligato” ad adottare il documento, vale a dire l’organo che la legge o l’amministrazione interessata ha individuato come competente a predisporre, ad adottare e/o approvare i Provvedimenti, tra i quali, ad esempio, il responsabile della prevenzione della corruzione, il responsabile della trasparenza e i componenti degli organi, monocratici o collegiali, di indirizzo. Nel caso specifico dei comuni, di norma sono soggetti obbligati il Segretario Comunale, il Sindaco e la Giunta.

L’«Omessa adozione», che può dar luogo all'irrogazione della sanzione, si configura nei seguenti casi:
  • Mancata adozione della deliberazione, con cui si adottano i provvedimenti
  • approvazione di un provvedimento puramente ricognitivo di misure, in materia di anticorruzione, in materia di adempimento degli obblighi di  pubblicità ovvero in materia di Codice di comportamento di amministrazione;
  • approvazione di un  provvedimento il cui contenuto riproduca in modo integrale analoghi provvedimenti adottati da altre amministrazioni, privo di misure specifiche introdotte in relazione alle esigenze dell’amministrazione  interessata;
  • approvazione di un provvedimento privo di misure per la prevenzione del rischio nei  settori più esposti, privo di misure concrete di attuazione degli obblighi di pubblicazione di cui alla  disciplina vigente, meramente riproduttivo del Codice di comportamento emanato con il decreto del  Presidente della Repubblica 16 aprile 2013, n. 62.


In sintesi, l’ANAC potrà sanzionare non solo la mancata adozione dei Piani e dei regolamenti richiesti dalla normativa anticorruzione, ma anche l’adozione di documenti soltanto formali e privi di efficacia.

Scritto da Andrea Ferrarini (consulente e formatore sui temi dell'etica e della legalità)
cell. 3472728727 - andrea.ferrarini2012@gmail.com

sabato 9 novembre 2013

I COMUNI E IL CONTRASTO ALLA CORRUZIONE

I COMUNI E IL CONTRASTO ALLA CORRUZIONE - Indicazioni per la redazione del Piano Triennale di Prevenzione dopo l’approvazione del Piano Nazionale Anticorruzione

Mercoledì 6 novembre 2013 | ore 9.30 - 13.30 |
Centro San Fedele - Piazza San Fedele 4 - Milano

Con l’approvazione del Piano Nazionale Anticorruzione da parte della CiVIT (delibera 72/2013 dell’11 settembre 2013), ha preso concretamente avvio la fase di attuazione delle politiche di prevenzione previste dalla legge 190/2012.
Tutte le pubbliche amministrazioni (inclusi gli enti locali) entro il 31 gennaio 2014 dovranno adottare i propri Piani Triennali di Prevenzione della Corruzione o aggiornare i Piani già adottati, per allinearli ai requisiti del Piano Nazionale.

La giornata, organizzata da Avviso Pubblico e ReteComuni, si è proposta di approfondire i contenuti del
Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione e di fornire delle indicazioni concrete per la sua stesura, prestando particolare attenzione alle attività che riguardano l’individuazione delle aree maggiormente
esposte alla corruzione - l'ente deve intraprendere una attività di Risk Assessment, cioè di valutazione del
rischio - e l'adozione di nuovi processi organizzativi che siano più trasparenti e condivisi, al fine di
prevenire i fenomeni di corruzione al suo interno.

LEGGI DI PIU' - La valutazione del Rischio di Corruzione negli Enti Locali

mercoledì 14 novembre 2012

Testo della Legge Anticorruzione, che entrerà in vigore il 28 novembre 2012


LEGGE 6 novembre 2012, n. 190. Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalita' nella pubblica amministrazione.

(GU n. 265 del 13-11-2012 ). In vigore dal28/11/2012

mercoledì 17 ottobre 2012

DDL Anticorruzione. Il Senato approva il maxiemendamento al disegno di legge


Con 228 voti favorevoli, 33 contrari e 2 astenuti, il Senato ha accordato la fiducia al Governo Monti, approvando il maxiemendamento 1.900 (testo corretto) sostitutivo degli articoli da 1 a 26 del disegno di legge n. 2156-Brecante "Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione" (già approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati). 

L'Assemblea ha quindi approvato il testo del ddl nel complesso, comprensivo dell'articolo 27, che non è stato modificato dall'altro ramo del Parlamento, sulla clausola d'invarianza finanziaria. Il testo torna dunque alla Camera.

Sul versante della prevenzione, il ddl anticorruzione detta norme sull'Autorità e sul piano nazionale anticorruzione; conferisce deleghe al Governo in materia di trasparenza amministrativa, incompatibilità degli incarichi dirigenziali, incandidabilità conseguente a sentenze definitive di condanna; interviene sul collocamento fuori ruolo dei magistrati. Sul versante repressivo, il ddl prevede diverse modifiche al codice penale: aumenta il minimo sanzionatorio della reclusione per il reato di peculato; ridefinisce il reato di concussione, introducendo la fattispecie di concussione per induzione e limitando la concussione per costrizione al solo pubblico ufficiale; distingue la corruzione propria, relativa al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio, dalla corruzione impropria; punisce la corruzione tra privati con la reclusione da uno a tre anni; introduce la nuova fattispecie delittuosa del traffico di influenze illecite, prevedendo una pena da uno a tre anni di reclusione.
Nella mattinata, conclusa la discussione generale con gli interventi dei sen. Casson (PD), Mugnai e Caliendo (PdL), dopo le repliche dei relatori, sen. Ceccanti (PD) e Balboni (PdL), hanno preso la parola i rappresentanti del Governo.
Il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione Patroni Griffi si è soffermato sulle politiche di prevenzione della corruzione, incentrate sui concetti di valutazione e gestione del rischio, e ha fornito precisazioni sul piano nazionale anticorruzione, sottolineando che le amministrazioni comunali saranno coadiuvate dalle prefetture. L'affidamento in appalto dei lavori e l'acquisizione di beni e servizi nei settori della sanità, dell'urbanistica e dell'edilizia sono le aree più esposte alla corruzione. Ogni amministrazione sarà comunque tenuta a fare una valutazione specifica dei rischi attraverso la mappatura dei procedimenti e ad adottare misure organizzative conseguenti. Ricordando che la corruzione, oltre ad avere costi sociali ed etici, altera il sistema della concorrenza, determina oneri impropri per le imprese e scoraggia gli investimenti, il Ministro ha accennato infine all'opportunità di liberalizzazioni e di misure per separare l'amministrazione dalla politica.
La Ministro della giustizia Severino ha ricordato che il complesso iter del provvedimento è iniziato nel 2010 con il precedente Governo e ha sottolineato i meriti del ddl che tipizza meglio alcune fattispecie di reato, distingue la corruzione dalla concussione, garantisce equilibrio tra le norme penali. Ha precisato quindi che i temi del falso in bilancio, dell'autoriciclaggio, della prescrizione non attengono al cuore del provvedimento e richiedono iniziative legislative specifiche, anche per evitare rallentamenti. Ha sollecitato infine un esame rapido presso la Camera.
La seduta è stata sospesa dopo che il Governo ha posto la fiducia sull'approvazione dell'emendamento 1.900. Alla ripresa dei lavori nel pomeriggio, il Presidente della Commissione bilancio, sen. Azzollini (PdL), ha riferito sui profili di copertura del maxiemendamento, asseverandone la regolarità dopo che la Presidenza ha fornito chiarimenti procedurali. Il sen. Calderoli (LNP) ha invitato il Governo a rispettare le prescrizioni della legge di contabilità. Alla discussione sulla questione di fiducia hanno offerto contributi i sen. Divina, Mazzatorta (LNP), Pardi (IdV), Spadoni Urbani, Caliendo, Caruso (PdL), Germontani (Terzo Polo), Agostini (PD). Le dichiarazioni di voto, riprese dalla diretta televisiva, sono state svolte dai sen. Li Gotti (IdV), Menardi (CN), Astore (Misto), Bruno (Terzo Polo), Serra (UDC), Mura (LNP), Finocchiaro (PD), Gasparri (PdL).
Hanno rinnovato la fiducia al Governo tutti i Gruppi, ad eccezione dell'Italia dei Valori e della Lega Nord, che ha però annunciato voto favorevole al testo complessivo del ddl. L'Italia dei Valori ha posto l'accento sui paradossi e sui limiti di un provvedimento che rinuncia ad affrontare i temi del falso in bilancio, del voto di scambio politico-mafioso, dell'autoriciclaggio e dell'allungamento dei termini di prescrizione. L'UDC ha criticato la pretesa di condizionare il voto favorevole a un ampliamento del disegno di legge. Coesione Nazionale ha evidenziato la necessità di snellire la burocrazia e di semplificare le procedure amministrative. Il Terzo Polo ha richiamato gli impegni assunti dall'Italia in tema di risanamento, lotta alla corruzione, rilancio della competitività. Il Gruppo Misto ha invitato la politica a dare ai cittadini un segnale positivo rispetto alla capacità di autoriformarsi. Ritenendo che l'approvazione del ddl anticorruzione sia un atto dovuto nei confronti del Paese, il PD ha ricordato l'equilibrio tra la parte preventiva e la parte repressiva. Il PdL ha invece posto l'accento sulle novità in tema di prevenzione, le sole che possono garantire risultati concreti, e ha rivendicato il contributo offerto dal Gruppo alla migliore definizione dei reati di traffico di influenze illecite e corruzione tra privati. In dissenso dal Gruppo il sen. Giovanardi (PdL) non ha votato la fiducia.
Le dichiarazioni di voto finali a favore del ddl sono state svolte dai sen. Menardi (CN), Vizzini (UDC) e Mura (LNP). Il sen. Li Gotti (IdV) ha invece dichiarato voto contrario, criticando la previsione d'invarianza finanziaria.
Nel corso della seduta la Presidenza ha comunicato il nuovo calendario dei lavori fino al 25 ottobre: nella seduta di martedì prossimo, ove concluso dalla Commissione competente, inizierà l'esame del ddl sulla diffamazione a mezzo stampa.

FONTE: SENATO DELLA REPUBBLICA - seduta 815 antimeridiana - comunicato di fine seduta.

Scritto da Andrea Ferrarini (Consulente Modelli Organizzativi ex d.lgs 231/2001)
http://it.linkedin.com/in/andreaferrarini
cell. 3472728727 - andreaferrarini@inwind.it

domenica 24 giugno 2012

Promuovere la trasparenza per prevenire la corruzione


Il sistema di prevenzione del rischio di illegalità nel disegno di legge anticorruzione.

La presente analisi considera gli articoli 1, 4 e 5 del disegno di legge anticorruzione approvato alla camera dei deputati il 14 giugno 2012.

In tali articoli si delinea la  possibile futura struttura per la gestione del rischio di corruzione ed illegalità nelle pubbliche amministrazioni, vale a dire l’insieme di responsabilità, poteri e risorse (Piani di gestione del rischio, sistemi di sanzione, codici di comportamento, flussi informativi), necessari per definire, attuare, monitorare, rivedere e migliorare nel tempo le attività di prevenzione della corruzione e dell’illegalità nel settore pubblico. 

1. L’Autorità Nazionale Anticorruzione (art. 1, commi 1-3). L’Autorità Nazionale Anticorruzione è individuata in un organismo già esistente: la Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche (art.13 d.lgs. 150/2009), nota anche come CIVIT. Già il comma 8 dell’art. 13 del d.lgs. 150/09 prevedeva l’istituzione, presso la Commissione, di una “Sezione per l’integrità nelle amministrazioni pubbliche con la funzione di favorire, all’interno della amministrazioni pubbliche, la diffusione della legalità e della trasparenza e sviluppare interventi a favore della cultura dell’integrità”, incaricata di emettere di Linee Guida per la redazione dei Programmi triennali per l’integrità e la trasparenza delle pubbliche amministrazioni (art 11, comma 2, d.lgs. 150/2009) e di vigilare sul rispetto degli obblighi in materia di trasparenza. Quindi, l’idea di fondo è che la prevenzione della corruzione passi, necessariamente, attraverso interventi in campo etico ed organizzativo, finalizzati a promuovere una cultura della trasparenza e dell’integrità. Secondo questa visione, la corruzione può essere vista come “espressione patologica” di una cultura dell’impresa pubblica poco orientata all’etica e alla trasparenza.
Alla CIVIT (nella sua funzione di Autorità Anticorruzione) sono assegnate numerose funzioni (art. 1, comma 2):
  • Collaborare  con gli organismi anti corruzione regionali, nazionali ed internazionali, e
  • Approvare il Piano Nazionale Anticorruzione, predisposto dal Dipartimento della Funzione Pubblica.
  • Vigilare  sull’effettiva applicazione delle misure anti corruzione e di trasparenza nelle pubbliche amministrazioni italiane, anche con interventi di tipo ispettivo (art. 1, comma 3).
  • Analizzare le cause e i fattori della corruzione ed individuare gli interventi che ne possono favorire la prevenzione e il contrasto.
  • Riferire annualmente al Parlamento circa l’efficacia delle disposizioni di legge e degli interventi in materia di contrasto alla corruzione e all’illegalità nella pubblica amministrazione.
  • Esprimere pareri facoltativi sulla conformità di atti e comportamenti dei funzionari pubblici alla legge, ai codici di comportamento, ai contratti, collettivi e individuali, regolanti il rapporto di lavoro pubblico;
  • Esprime pareri facoltativi in materia di autorizzazioni allo svolgimento di incarichi esterni da parte dei dirigenti amministrativi dello Stato e degli enti pubblici nazionali.
Quindi, LA CIVIT si trova ad essere il principale perno su cui far gravitare le alcune delle attività connesse alla gestione del rischio-corruzione nel settore pubblico: valutazione dei fattori di rischio, approvazione degli indirizzi generali per il trattamento del rischio (Piano Nazionale Anticorruzione), monitoraggio e supporto per la corretta applicazione dei piani per la gestione del rischio-corruzione nelle singole amministrazioni, rapporti con gli stakeholders interni (pubbliche amministrazioni, parlamento, ministero della funzione pubblica). In generale, il modello di gestione del rischio è fortemente centralizzato ed individua (già in via preliminare) due fonti di rischio, associabili all’emergere di episodi di corruzione:
  • i comportamenti e gli atti dei funzionari pubblici. Queste fonti di rischio non possono essere rimosse (perché sono parte della vita organizzativa degli enti pubblici). La CIVIT, però può intervenire per valutare l’aderenza di atti e comportamenti al complesso delle regole (codici di comportamento e contratti di lavoro) che governa il pubblico impiego, per gestire fin da subito condotte potenzialmente illecite. (trattamento della fonte di rischio)   
  • lo svolgimento di incarichi esterni da parte di dirigenti amministrativi dello stato e degli enti pubblici nazionali, che rappresentano un possibile rischio, nella misura in cui, attraverso tali incarichi, il pubblico ufficiale si trova coinvolto negli interessi di stakeholders esterni alla pubblica amministrazione, che potrebbe favorire in modo illecito. Tali fonti di rischio possono essere semplicemente rimosse, non autorizzando l’incarico esterno.   
2. Il ruolo del Dipartimento della Funzione Pubblica (art. 1, commi 4). Il disegno di legge prevede (ai commi 4 e 5 dell’articolo 1), che il Dipartimento della Funzione Pubblica predisponga un Piano Nazionale Anticorruzione, per coordinare l'attuazione delle strategie di prevenzione e contrasto della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione. Il Piano Nazionale Anticorruzione deve essere approvato dalla CIVIT.  Inoltre, il Dipartimento della funzione pubblica promuove e definisce:
  • Le norme e le metodologie comuni per la prevenzione della corruzione
  • Le informazioni e i dati occorrenti per la prevenzione della corruzione e dell’illegalità, elaborando anche modelli standard, che consentano il trattamento informatico dei dati;
  • I criteri per assicurare la rotazione dei dirigenti nei settori particolarmente esposti al rischio di corruzione
  • Le misure per scongiurare sovrapposizioni di funzioni e cumuli di incarichi nominativi in capo ai dirigenti pubblici, anche esterni.
Per implementare un efficace sistema di prevenzione del rischio di reato è fondamentale definire correttamente le responsabilità e i poteri dei vari soggetti in esso coinvolti. E in questo senso il disegno di legge sembra essere efficace, perché assegna alla CIVIT un ruolo attivo nella regia del sistema di prevenzione della corruzione (l’autorità ha poteri di vigilanza, riferisce in parlamento, esprime pareri, collabora con gli organi internazionali, analizza i fattori di rischio associati alla corruzione e all’illegalità, individua modalità di trattamento del rischio); mentre assegna al Dipartimento della Funzione Pubblica la responsabilità di definire  le risorse (norme, metodologie, modelli standard, criteri e soluzioni gestionali) su cui si la CIVIT imposta la propria attività.

3. I Piani Anticorruzione nelle Pubbliche Amministrazioni (art. 1, comma 5 e 5 bis e art. 8 ).  Il disegno di legge prevede che tutte le Pubbliche Amministrazioni Centrali definiscano e trasmettano al Dipartimento della funzione un proprio Piano di Prevenzione della Corruzione. I Piani devo contenere “una valutazione del diverso livello di esposizione al rischio corruzione degli uffici e gli interventi organizzativi volti a prevenire il medesimo rischio”, nonché “procedure appropriate per selezionare e formare, in collaborazione con la Scuola superiore della pubblica amministrazione, i dipendenti chiamati ad operare in settori particolarmente esposti alla corruzione, prevedendo, negli stessi settori, la rotazione di dirigenti e funzionari”.  
Il successivo articolo 8 del disegno di legge chiarisce che l’obbligo di predisporre e attuare i Piani di Prevenzione della corruzione (stabilito per Pubbliche Amministrazioni Centrali) è esteso a tutti i soggetti pubblici che rientrano nell’ambito di applicazione del Testo Unico del Pubblico Impiego (art. 1, comma 2 del d.lgs. 165/2001). L’estensione dei Piani anticorruzione alle Regioni, agli Enti Locali, agli Enti Pubblici e ai soggetti di diritto privato sottoposti al loro controllo, dovrà avvenire, entro 120 giorni dall’entrata in vigore della legge, attraverso intese in sede di Conferenza Unificata.
Si tratta di una platea vastissima, che coinvolge non solo l’amministrazione statale, regionale e locale, ma anche gli istituti Scolastici, le Università, le Comunità Montane, i Consorzi, gli Istituti Autonomi Case Popolari, le Camere di Commercio, tutti gli Enti Pubblici non Economici, le ASL gli altri enti del Servizio Sanitario Nazionale. Questi enti erano stati, in tutto o in parte, esclusi dal campo di applicazione del d.lgs. 231/2001 (che, come noto, non si applica allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non  economici, nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale) e quindi la legge anticorruzione, così come è stata licenziata dalla Camera, si configura come il Decreto 231 del settore pubblico.
I Piani per la Prevenzione della Corruzione, adottati dalle singole amministrazioni, devono essere formulati e adottati nel rispetto delle linee guida contenute nel Piano Nazionale approvato dalla CIVIT e i Prefetti avranno il compito di fornire, su richiesta, supporto tecnico e informativo agli Enti Locali, anche al fine di assicurare l’aderenza dei Piani  agli indirizzi definiti a livello nazionale (art 1, comma 5-bis).

4. Caratteristiche dei Piani per la Prevenzione della Corruzione nella pubblica amministrazione ( art. 1, commi 5 ter – 5 quinquies) . Le somiglianze con il d.lgs 231/2001 si fanno evidenti quando si passi ad analizzare i requisiti e le modalità di attuazione dei Piani per la Prevenzione della Corruzione nelle Pubbliche Amministrazioni. Tali Piani, infatti, assomigliano molto (per il loro contenuto e per le responsabilità che mettono in campo) ai modelli organizzazione e di gestione del d.lgs. 231/2001.
L’Organo di indirizzo politico dell’Amministrazione (p. es. nei Comuni la Giunta), entro il 31 gennaio di ogni anno, deve adottare il proprio Piano Triennale per la Prevenzione della Corruzione. Il Piano deve essere predisposto da un Dirigente Responsabile della Prevenzione della Corruzione, esplicitamente individuato tra i dirigenti amministrativi di ruolo di prima fascia in servizio presso l’Ente. Negli enti locali, il responsabile della prevenzione della corruzione è individuato,di norma, nel segretario, salva diversa e motivata determinazione. Il Piano adottato deve essere trasmesso al Dipartimento della funzione pubblica. Il “Dirigente Anticorruzione” deve anche, annualmente, definire procedure appropriate per selezionare e formare i dipendenti chiamati ad operare in settori particolarmente esposti alla corruzione. Poiché i Piani, triennali  devono essere adottati ogni anno, il disegno di legge sembra implicitamente richiedere alle amministrazioni di effettuare una revisione annuale del Piano in essere, attività che, se correttamente attuata, potrebbe effettivamente garantire alle amministrazioni il miglioramento continuo, nel tempo, dei propri presidi anticorruzione.
La mancata predisposizione del piano e la mancata adozione delle procedure per la selezione e la formazione dei dipendenti costituiscono elementi di valutazione della responsabilità dirigenziale.
I Piani per la Prevenzione della corruzione (al pari dei Modelli 231) devono rispondere a precisi requisiti, definiti nell’articolo 1 comma 5-quinquies del disegno di legge. Essi devono
  • individuare le attività nell'ambito delle quali è più elevato il rischio corruzione, anche raccogliendo le proposte dei dirigenti, elaborate nell'esercizio delle funzioni di loro competenza
  •  prevedere, per le attività individuate a rischio corruzione, meccanismi di formazione, attuazione e controllo delle decisioni idonei a prevenire il rischio corruzione
  • prevedere, con particolare riguardo alle attività a rischio di corruzione, obblighi di informazione nei confronti del Dirigente Anticorruzione
  • monitorare il rispetto dei termini, previsti dalla legge o dai regolamenti, per la conclusione dei procedimenti;
  • monitorare i rapporti tra l'amministrazione e i soggetti che con la stessa stipulano contratti o che sono interessati a procedimenti di autorizzazione, concessione o erogazione di vantaggi economici di qualunque genere, (con particolare attenzione alle relazioni di parentela o affinità sussistenti tra i titolari, i soci e i dipendenti degli stessi soggetti e gli amministratori, i dirigenti e i dipendenti dell'amministrazione);
  • individuare specifici obblighi di trasparenza ulteriori rispetto a quelli previsti da disposizioni di legge.
 L’ultimo requisito dei Piani sottolinea, ancora una volta, la proposta di fondo dell’intervento normativo: la prevenzione della corruzione passa, necessariamente, attraverso la promozione della trasparenza, intesa (ai sensi dell’art. 11, comma 1 del d.lgs. 150/09) come accessibilità totale delle informazioni concernenti ogni aspetto dell’organizzazione, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo del rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità.
Si tratta di una nozione di trasparenza molto forte (che va ben oltre il semplice diritto all’accesso agli atti amministrativi), che ha un fondamento costituzionale, nella misura in cui costituisce un livello essenziale delle prestazioni erogate dalle amministrazioni pubbliche ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera
m) , della Costituzione.
Gli articoli 2, 2-bis e 3 e parte dell’ articolo 4 del disegno di legge anticorruzione sono interamente dedicati alla trasparenza nei vari ambiti dell’attività amministrativa (utilizzo delle risorse pubbliche, tempistiche dei procedimenti, appalti, concessione di contributi, concorsi, controversie, accesso agli atti, attribuzione degli incarichi dirigenziali, autorizzazione ad incarichi esterni). Per ragioni di spazio, tali articoli non saranno trattati nella presente analisi.

5. Codici di comportamento (art. 4, comma 2-bis). Il disegno di legge definisce il nuovo Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici, riscrivendo in toto l’articolo 54 del Testo Unico del Pubblico Impiego. Il Codice che dovrà essere definito dal Governo entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge anticorruzione.   Il codice di comportamento avrà il fine di assicurare la qualità dei servizi, prevenire  fenomeni di corruzione, promuovere il rispetto dei doveri costituzionali di diligenza, lealtà, imparzialità e servizio esclusivo alla cura dell'interesse pubblico.
Il codice dovrà contiene una specifica sezione dedicata ai doveri dei dirigenti, articolati in relazione alle funzioni attribuite e che comunque preveda il divieto per tutti i dipendenti pubblici di chiedere o accettare, a qualsiasi titolo, compensi, regali o altre utilità, in connessione con l'espletamento delle proprie funzioni o dei compiti affidati, fatti salvi i regali d'uso, purché di modico valore e nei limiti delle normali relazioni di cortesia. ll Codice di Comportamento, approvato con decreto del Presidente della Repubblica, dovrà essere consegnato al dipendente, che lo sottoscriverà all’atto dell’assunzione.
Il nuovo codice di comportamento è adottato dal Governo, e non più, come in precedenza, dal Dipartimento della Funzione Pubblica. Inoltre, il nuovo codice sarà immediatamente applicabile (in precedenza, doveva essere recepito nei contratti di lavoro),  anche se ciascuna amministrazione sarà chiamata a definire un proprio codice, che integra quello nazionale, con procedura aperta alla partecipazione e previo parere obbligatorio del proprio Organismo indipendente di valutazione e secondo criteri, linee guida e modelli definiti dalla Civit.

6. Obblighi e sanzioni a carico del Dirigente Responsabile della Prevenzione della Corruzione dei dipendenti (art.1, commi 5 sexies – 5 decies).  Il disegno di legge assegna al Dirigente Anticorruzione anche la responsabilità di verificare l’idoneità e l'efficace attuazione del Piano per la Prevenzione della Corruzione, proponendo delle modifiche, in caso di gravi violazioni o modifiche nell’organizzazione o nei processi dell’ amministrazione. Inoltre, deve verificare l’effettiva rotazione degli incarichi negli uffici maggiormente esposti al rischio di corruzione ed individuare il personale a rischio, da coinvolgere in percorsi di formazione sui temi dell’etica e della legalità che, per le amministrazioni statali, saranno organizzati dalla Scuola Superiore per la Pubblica Amministrazione.
In caso di commissione, all'interno dell'amministrazione, di un reato di corruzione accertato con sentenza passata in giudicato, il Dirigente Anticorruzione risponde ai sensi dell’ art. 21 del Testo Unico del Pubblico Impiego (responsabilità dirigenziale), nonché, per omesso controllo, sul piano disciplinare, oltre che per il danno erariale e all’immagine dell’ente. Tuttavia, il dirigente non risponde per il reato commesso, qualora dimostri:
  • di avere predisposto, prima della commissione del fatto, il Piano per la Prevenzione della Corruzione
  • Di aver verificato la rotazione degli incarichi negli uffici esposti al rischio di corruzione
  • Di aver individuato il personale da formare sui temi della legalità e dell’etica
  • di aver vigilato sull’idoneità, il funzionamento e l'osservanza del Piano.
La sanzione disciplinare a carico del Dirigente Anticorruzione non può essere inferiore alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di un mese ad un massimo di sei mesi.
Invece, la violazione, da parte dei dipendenti dell'amministrazione, delle misure di prevenzione previste dal Piano, e dei doveri contenuti nel Codice di comportamento, costituisce illecito disciplinare.  La violazione dei doveri è altresì rilevante ai fini della responsabilità civile, amministrativa e contabile ogni qual volta le stesse responsabilità siano collegate alla violazione di doveri, obblighi, leggi o regolamenti. Violazioni gravi o reiterate del codice possono condurre al licenziamento per motivi disciplinari (articolo 55-quater del Testo Unico del Pubblico Impiego.

7.Monitoraggio dell’applicazione dei Piani contro la corruzione e dei Codici di Comportamento (art. 1, comma 5 decies e art. 4, comma 2 bis).  Entro il 15 dicembre di ogni anno, il Dirigente Anticorruzione dovrà pubblicare sul sito dell'amministrazione una relazione recante i risultati dell'attività svolta, trasmettendola anche all'organo di indirizzo politico. Nei casi in cui l'organo di indirizzo politico lo richieda o qualora il dirigente responsabile lo ritenga opportuno, quest'ultimo riferisce sulla propria attività. Le pubbliche amministrazioni dovranno anche verificare annualmente lo stato di applicazione dei Codici di Comportamento, anche organizzando attività di formazione del personale.

8.Tutela dei dipendenti che segnalano illeciti (art.5). Il disegno di legge introduce nel Testo Unico del Pubblico Impiego l’art. 45 bis, che tratta la tutela del whistleblowing. L’articolo prevede che il pubblico dipendente che denuncia all'Autorità giudiziaria o alla Corte dei conti, oppure riferisce al proprio superiore gerarchico condotte casi di condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, al di fuori dei casi di calunnia o diffamazione.
L'identità del segnalante non può essere rivelata, senza il suo consenso, a meno che la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell'incolpato e la denuncia è sottratta all'accesso previsto dagli articoli 22 e seguenti della legge 241/1990..
 L’interessato o le organizzazioni sindacali possono segnalare al Dipartimento della Funzione Pubblica l'adozione di eventuali misure discriminatorie

9.Criticità. In sintesi, mi pare che il disegno di legge delinei un sistema si gestione del rischio di corruzione ed illegalità abbastanza completo e coerente: sono previste specifiche responsabilità, fra loro distinte (Civit, Dipartimento della FP, Governo, Dirigenti per la Prevenzione della Corruzione, Organi Politici delle amministrazioni pubbliche, OIV) che, a livello centrale e locale, sono chiamate a definire, adottare, far applicare, monitorare e migliorare nel tempo le risorse umane e organizzative (Piano Nazionale Per la Prevenzione della Corruzione, Codice di Comportamento, Piani Anticorruzione delle singole amministrazioni, attività di formazione e informazione del personale, norme a tutela del whistleblowing, flussi informativi) finalizzate alla promozione della trasparenza e alla prevenzione dell’illegalità. Il sistema è ben costruito … sempre che non sia modificato dal Senato (cui il ddl è stato inviato, per essere approvato in seconda lettura) e che non resti solo sulla carta!
Tuttavia, mi pare doveroso sottolineare, in chiusura, alcune delle criticità che, mi sembra, indeboliscano l’efficacia della proposta di legge.   

In primo luogo, bisogna rilevare come in più punti del disegno di legge si sottolinei che le attività di elaborazione di analisi del rischio di corruzione, di definizione dei Piani e di formazione dei dipendenti dovranno essere attuate da soggetti interni alla Pubblica Amministrazione (cioè senza il ricorso alla consulenza di professionisti o società private) e senza ulteriori oneri per gli enti pubblici. Quindi, se da un lato il disegno di legge sembra voler riprodurre nel settore pubblico il modello di responsabilità e di prevenzione imposto al settore privato dal d.lgs. 231/2001; dall’altro sembra voler escludere il ricorso a quelle professionalità e a quei saperi inerenti la gestione del rischio di reato che, nell’ultimo decennio, hanno permesso di diffondere nel settore privato i modelli organizzativi e di gestione previsti dal Modello 231. Certamente, il ricorso ai privati avrebbe un costo, ma non ci si può illudere di poter implementare e mantenere a costo zero un sistema di gestione del rischio efficace su tutto il territorio nazionale: bisogna destinare a tale progetto le risorse finanziarie adeguate, anche perché i costi (per quanto ingenti) sarebbero giustificati dai benefici (in termini di efficienza, trasparenza, immagine, investimenti, migliore uso del denaro pubblico, ecc…) derivanti dalla prevenzione dell’illegalità nel settore pubblico.

In secondo luogo, mi sembra che il principale punto debole del sistema per la gestione del rischio di reato, proposto dal disegno di legge, risieda nella concentrazione di responsabilità in un solo soggetto interno alle amministrazioni: il Dirigente per la Prevenzione della Corruzione.  Il dirigente deve definire il Piano per la Prevenzione della Corruzione, curarne l’applicazione e l’aggiornamento e risponde in caso di commissione di un reato per responsabilità organizzativa. Si tratta di un monopolio. Un “monopolio” di responsabilità. I monopoli sono sempre pericolosi, perché rendono meno trasparente l’attività dei soggetti che li detengono. Il Dirigente anticorruzione paga (e paga per tutti), ma agisce da solo. Il d.lgs. 231/2001, invece, prevede che il soggetto sanzionato (l’azienda) sia una persona giuridica differente dalle persone fisiche (i vertici aziendali) che adottano il modello, che, a loro volta (a parte alcune eccezioni) sono distinti dall’Organismo di Vigilanza, che può essere anche formato da soggetti estranei all’azienda. Il disegno di legge, infine, non impone che il Dirigente Anticorruzione si autonomo rispetto all’amministrazione e che non possa ricoprire funzioni in processi a rischio di reato. Soprattutto, nulla garantisce che il dirigente sia autonomo rispetto alla componente politica, che si sta rivelando essere  la principale fonte di illegalità nelle amministrazioni pubbliche.

In sintesi, il disegno di legge agisce su quelle fonti di rischio di corruzione che dipendono da fattori etico - culturali e da scarsa trasparenza e controllo dei procedimenti pubblici; e che possono far emergere condotte a rischio riconducibili ai dipendenti pubblici. Mentre non tocca (ed ignora pericolosamente) le fonti di rischio derivanti dalla relazione fra componente politica e componente amministrativa e sulle fonti di rischio riconducibili all’operato e alle scelte della sola componente politica. Non si capisce la ragione di questa scelta, o meglio, le ragioni di questa scelta non dipendono dall’impossibilità, in via teorica, di estendere la gestione del rischio illegalità alla componente politica delle amministrazioni pubbliche. Ciò sarebbe possibile ed auspicabile e non significherebbe vincolare i Partiti, ma i soggetti che ricoprono cariche pubbliche di tipo elettivo negli enti pubblici e che non hanno solo il compito di difendere lobby, programmi e interessi più o meno leciti; ma anche il compito di amministrare e di assicurare che la pubblica amministrazione funzioni nell'interesse dei cittadini.


Scritto da Andrea Ferrarini (Consulente Modelli Organizzativi ex d.lgs 231/2001)
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